| Luciano Anceschi
1934 Caro Ponti, credo che scriverti una lettera sia il modo più conveniente per l’impresa che intendo tentare qui: recuperare, far rivivere un tempo, molto lontano, ormai, in cui un gruppo di giovani fece alcune esperienze, nel contesto reale in cui si viveva allora forse non ordinarie, certo inconsuete: un caso di identificazione assolutizzante di noi stessi con l’idea di società in cui per un certo tempo ci parve, perdendoci, di salvarci. Mi riferisco agli anni trenta tra il 1931 e il 1934, a Milano, alle riviste Orpheus e Camminare... a cui collaborammo, agli incontri rivelatori con amicizie molto concordi, al curioso senso di dislocazione in cui vivemmo, con una disperazione molto attiva. Per quanto solleciti la memoria, non riesco più a ritrovare, e mi dispiace, il ricordo del momento, dell’occasione precisa in cui ci incontrammo per la prima volta; ricordo, invece, assai bene che in quegli anni ero molto desideroso di scoprire, e non solo per via di operazioni sillogistiche o per astratte deduzioni, anzi proprio cogliendo l’esperienza diretta e viva dei movimenti del fare, quel che Ferdinand Lion dirà «il segreto dell’arte». Frequentavo gli studi dei pittori. Maniere diversissime mi mostravano i limiti di riduttive e impositive unità. Venni presto nel tuo studio; e, così, dopo Il fulmine alla centrale elettrica (1927) e Bice (1929) mi fu possibile seguire tutte le tue prove cogliendole proprio nel loro generarsi, e nascere, e nel lento farsi poi, in un lavoro molto attento. Per dirla breve, il tuo modo di lavorare veniva scopertamente dalla scuola di Guidi, ti eri impossessato di molti artifici in una raffinata miscela di innocenza e di sapienza, ma prendevi le forme impassibili, piene di «allusioni», e sicure di sé, e come le scuotevi, imprimendo loro una forte carica di drammaticità, tra terrori tecnologici, oscure fissità degli sguardi, e ansiosi ambigui sorrisi. Un impulso forte, ma ancora vago, sembrava orientarti chiaramente verso quel modo particolare di intender l’arte e di parteciparla che è stato detto «critica di vita». D’altra parte, i richiami, nelle circostanze, erano molti: c’erano allora vivi i tentacoli critici dell’espressionismo, c’era Grosz e la «nuova oggettività» con Otto Dix, e c’era in tutte le arti una disposizione, una ricerca che si diceva «realismo». Tu, intanto, a tuo modo spostavi le forme, che avevi trovato calme e distese in un avviso antico di luce assorta e come senza tempo, le spostavi verso modi consapevoli di una realtà turbata e violenta, insicura di sé, persuasa di un suo malessere. Così prendevi certe misure esperte e lungamente elaborate, e te ne servivi nella animazione del ritrovamento di nuovi inattesi significati; a loro volta i nuovi significati agivano su quelle studiate maniere con soluzioni di strutture inattese secondo nuovi profili. Molti tra coloro che potevano farlo in quegli anni riconobbero in te «il pittore»; e per questo, di recente è stato ricordato assai convenientemente, facesti parte dei più importanti movimenti del tempo. Anche del «Novecento». Ti trovavi accolto con simpatia tra gli altri «artisti»; certo, eri riconosciuto e accettato; e tuttavia, mi pare, non riconoscevi te stesso nel senso che risultava implicito in quei riconoscimenti, nel senso che veniva inteso da chi quei riconoscimenti offriva. Una sorta di ansia, di sollecitazione febbrile e nuova non trovava la corrispondenza formale e viva di cui aveva bisogno. A ironiche e calme stupefazioni e meraviglie, alla volontà di perfezione contenta di sé, a quelle celate citazioni dagli antichi volevi dare una scossa allarmata, radicale, mostrare certe rotture e rovine, e in qualche modo svelare il cuore messo a nudo della società in cui ti trovavi a vivere. Insoddisfazione... Inquietudine... Ricerca di nuovi significati... E il bisogno di inventare, nella ricerca, giochi di luci e di colori adeguati per questi sogni o incubi critici, e compromettenti. Qui mi par proprio che sia da cercare il raccordo, il punto di applicazione e di contatto, il motivo originario che ti portò ad avvicinarti ad Orpheus. Emilio Castellani ha ricordato assai bene il primo incontro degli amici nel tuo studio. E qui mi pare anche che sia da cercare la novità, allora, del tuo lavoro, il suo timbro vivace e proprio nel progetto di una trasformazione che implicava di necessità certe costose rinunce per tendere a difficili esiti, e anche rischiosi. Ho ricordato Orpheus, la rivistina che si faceva allora a Milano, ed ecco: a un certo punto del suo sviluppo, nel numero nove del novembre 1933, in essa scompaiono le firme dei collaboratori, il lavoro deve apparire come un lavoro collettivo, di gruppo; e una sorta di riduzione estrema della presenza del volto dei singoli, così «un render collettivo» anche la ricerca del nuovo ordine «collettivista», e anche quella azione morale che stava nel compiere un’opera che si riferisse alla collettività, tutto si faceva un lavoro in cui il singolo doveva annullar se stesso in una realtà anonima che lo superava con grandissima forza. Era un modo di vedere di estrema tensione, e ad esso si era giunti dopo qualche anno di attività comune di intensa ispirazione sociale. La rivista si pubblicò tra il 1932 e il 1934; e le strutture generali che sottostanno ad affermazioni come queste hanno qualchecosa di sconvolgente se si pensa agli anni, alla situazione, al tempo. Esse ci riconducono certamente al momento culminante di una esperienza singolare vissuta in un clima singolare, in anni, a loro modo diverso, difficili, in cui alcuni giovani che non si sentivano affatto esclusi, ma che si può pensare che volessero essere esclusi, si ritrovavano nelle biblioteche, nei caffè, ai concerti, e in particolare sotto i larghi portici della Facoltà di lettere in Corso Roma, a Milano. Essi si accorsero di avvertire comuni impulsi di insoddisfazione e stati di malessere verso la realtà in cui si trovavano a vivere, e si prospettavano vaghe e oscure intenzioni della speranza. Si trattava di giovani di diversissime origini, e di propositi diversissimi, anche di diversi orientamenti di studio; e se pure c’è qualche cosa di vero, quando si dice, come si usa, «che la preparazione non è tutto», alcuni di quei giovani erano tra quelli che, con una espressione breve ambigua e un po’ troppo stretta, si dicono «ben preparati»; e certo non mancavano le ambizioni. Essi leggevano molti libri e riviste, e, quando era possibile averli, anche quei libri e quelle riviste che erano proibiti; insofferenti di molti vincoli, sognavano un’isola lontana in cui creare una Nuova Atlantide, e in breve si sentivano pieni dello spirito del progetto anche nel calore del buon clima illuminista della loro città. Orpheus era una rivista di studi e di notizie musicali che stava passando un suo momento di crisi; nella impossibilità di ottenere una autorizzazione ad uscire con una testata appropriata, quei giovani vi trovarono ospitalità, la ravvivarono, ne allargarono gli spazi e gli interessi, inventarono un luogo per dire quel che pensavano o che credevano di pensare. Quei giovani erano: Rémy Assayas, Emilio Castellani, Carlo Marchetti, Enzo Paci, Pino Ponti, e io stesso. Altri si aggiunsero a poco a poco. Presto si incontrarono con amici di altre città, di Roma, di Bologna... in cui nascevano nello stesso tempo iniziative autonome in qualche modo convergenti. Qualcuno parlava di «realismo», in accezione non diversa da quella che per solito si riferiva a ciò che in contesti più aperti si sarebbe detto marxismo... Quali che fossero i nostri propositi, e quale che sia lo sguardo con cui oggi possiamo guardare quei propositi, essi ebbero qualche peso sui coetanei. A Roma, intanto, si pubblicavano Il Saggiatore e Il Cantiere (con Giorgio Granata e Domenico Carella che ricordo con simpatia), a Bologna Il Nettuno (con il caro Sigfrido Wolfango); a Milano si ebbero poi anche Camminare... con Mondadori e Cantoni). Le nostre difficoltà erano piene di calore: ci si trovava, si facevano progetti inattuali. F.V., una ragazza bolognese con cui ebbi una corrispondenza prolungata, fu un esempio di queste spontanee partecipazioni con particolare incisivo accento di autenticità. Ora quegli anni sono oggetto di studio; e Folin e Quaranta, nel quadro delle loro ricerche, per cui hanno alcuni meriti, sulle riviste letterarie tra le due guerre in un primo studio (con antologia) sulle Riviste giovanili del periodo fascista (pp. 450, Treviso, 1977) opportunamente e con mano prudente, il tema è intricato, pieno di significati celati, e richiede capacità non comuni di lettura tra le righe, hanno cominciato un lavoro di indagine che, sembra, continuerà nel proposito di recuperare tutto un capitolo della memoria su fatti che ebbero la loro scomoda collocazione in tempi in cui si preparava la seconda guerra mondiale. Intanto, ecco la traccia di un laico itinerario della mente verso un senso della società per cui la società si presentava come un assoluto per se stesso onnideterminante, e onnisignificante. Cercherò di non andare troppo oltre le misure consentite ad una lettera. Ma il discorso ha molti risvolti; e poi fu una esperienza singolare, contraddittoria e profonda, confusa e intensa: furono anni di inizio, di nutrimento; anche di vaccinazione rispetto a future infatuazioni ed enfasi. Certo fu una delle esperienze che abbiamo fatto; certo la ritroviamo oggi negli insondabili reticoli delle strategie della memoria. Ma, a parte i rapporti che si crearono tra noi, tali che furono spesso fertili (Castellani, per esempio, ci aiutò a capire certi problemi di critica musicale), veramente il nostro discorso si riferiva alla situazione italiana, ma non solo alla situazione italiana e alla sua arretratezza. Le esperienze che avevamo fatto prima di incontrarci convergevano tutte nella delusione. La condizione, ci sembrava, di scarsa sensibilità culturale, morale e politica del mondo in cui ci trovavamo a vivere ci sollecitava. Eravamo tutti d’accordo in una sorta di rifiuto radicale, e il concetto e la pratica dell’antidogmatismo articolata in tutto il gioco della sua sensatezza acquistò per noi molta forza, divenne una sorta di programma in un tempo in cui le forme dogmatiche che ci circondavano erano molte, accordate tra loro, pesanti e oppressive, e in qualche modo ostacolavano la ricerca nelle sue forme più elementari; l’uso della parola «antidogmatico» divenne, come vedremo, anche una sorta di criptico distintivo. Nello stesso tempo, il riferimento alla realtà sociale era continuo, anzi la intensità cresceva per noi di giorno in giorno, scoprivamo sempre nuovi campi, nuovi aspetti che la riguardavano, a poco a poco essa parve occupare tutto il territorio del significato, e a un certo punto la società divenne Società, qualche cosa che assorbiva tutta la realtà che ci era data e tutte le realtà possibili... In brevi anni, forse anche per una specie di inevitabile osmosi con le cose e i toni che ci stavano intorno, la nostra inquietudine si irrigidí, prese uno stile molto duro, molto perentorio, molto risoluto. Erano tempi di scelte decisive, e la nostra età poi le esigeva. Le differenze tra noi si mostrarono presto, e crearono delle tensioni che l’amicizia distendeva un poco. Ma per qualche tratto della nostra vita ci illudemmo di aver trovato una via, una via ancora vaga, ancora oscura, ma una via possibile da esplorare; quelle che allora si dicevano «noie» non mancarono; ci divertivamo a leggere i nostri nomi in fila, in elenchi con cui il Secolo Fascista e altre riviste chiedevano la nostra fucilazione. I più anziani di noi ci esortavano saggiamente a pensare alla laurea. Tutto questo sembrava toccarci poco; ognuno di noi aveva le sue difficoltà; ma eravamo in una età in cui il naturale interesse per il nostro discorso interno, per la sua coerenza aveva una acutezza straordinaria, e anche una infinita possibilità di fertile errore. E se l’idea di errore porta con sé alcuni segni positivi, errori ne facemmo non pochi. Il discorso rischia di portarmi più lontano di quel che avevo previsto; e, certo, nello scritto di memoria, precisissimo, che ha steso per il catalogo della mostra che il Comune di Milano allestí nel 1979 per ricordare il tuo lungo lavoro, Emilio Castellani, con una evidenza di ricordi degna d’invidia, ha ricostruito assai bene l’aria di quegli anni: gli incontri, le simpatie, e il lavoro comune nello sfondo culturale e politico in cui tutto si diede, anche certe idee, certe pratiche, certi progetti che Orpheus abbozzò o anticipò; e che maturarono poi. Non ho molto da aggiungere. Una osservazione assai pertinente di De Grada sul linguaggio «criptico» di quegli anni conduce per altro a qualche utile avviso. Ecco: nel leggere gli scritti di Orpheus e delle altre riviste di cui ho parlato occorre qualche non sempre confortata pazienza: ci sono maschere da togliere; cenni di intesa molto abbreviati da interpretare e si dà una pronuncia alterata delle parole d’ordine ufficiali, e l’uso mirato di certe possibilità di gioco semantico che la polivalenza delle parole consente. I codici erano turbati, e nel leggere devono essere «decriptati». L’uso di un termine dottrinale come «antidogmatismo», dicevo, si dava, per esempio, correttamente come indicazione di un bisogno di garantire la libertà della ricerca contro coloro «che prendevano a calci le provette», ma si allargò poi lentamente a significare la polemica con tutte le fasce della imposizione che si trovavano nella società di allora nei suoi istituti determinanti, e giunse fino a diventare una sorta di allusiva strizzatina d’occhio. É stato detto che un gesto, un sorriso, il rilievo calcolato di un lineamento possono darci un significato intenso quanto quello che i discorsi razionali danno per altra via. Mi par proprio di poter dire che tu nei tuoi modi davi in una superficie di favola critica colorata e lineare gesti inquieti, sorrisi ambigui, e lineamenti turbati e grotteschi. Ciò trovava un sapore particolare nei disegni di mano leggera e intensa, prove studiosamente elaborate sotto l’apparenza di una gradevole improvvisazione. Questi tuoi segni si offrivano come qualche cosa di analogo ai sensi meno visibili dei nostri discorsi. Non furono segni o discorsi inutili. Molti tra i nostri coetanei vi si riconobbero; e poi, svolta in tutte le implicazioni che la riguardano e la significano, l’idea di antidogmatismo si determinò anche come polemica con l’idealismo, una polemica che ebbe le sue conseguenze e il suo peso e che, contrapponendo un senso della ricerca ad altri modi, a modi rigidi e difesi, di intendere la ricerca stessa, operò e fruttò dopo, e non solo per noi. Qui, mi pare, infine, si trovò anche il punto nodale che portò alla crisi interna del gruppo. Uno dei motivi più insistenti della nostra volontà di ricerca era stato pioprio il rilievo critico della rigidità dei sistemi e del loro carattere riduttivo nel progetto appena accennato di una sistematica sempre aperta che tendeva a costituirsi senza alcun genere di fondamenti metafisici. E proprio questi motivi entreranno, poi, nel progetto di un metodo rigoroso tanto rigoroso da non irrigidire, unificandola in un senso predeterminato, la vitale «tenerezza delle cose»; ma furono anche i lineamenti di un disegno per inventare un modo di vivere adeguato. Il gesto che ho ricordato, il dettato di anonimia degli ultimi numeri della rivista aveva una pronuncia tutta diversa, faceva sorgere un problema, o un insieme di problemi, che ci toccavano profondamente e proprio nel punto più delicato, e molto seriamente, con riferimento all’interno del discorso della coerenza. Come si poteva conciliare il continuo richiamo ad una socialità di cui l’apertura e l’ipotesi si dichiaravano costitutive con quella mistica razionale, quella quasi religiosa «dissoluzione nel collettivo», quella devozione ad una unità indiscriminata e cieca? Volevamo salvare l’uomo da certe conseguenze della crisi, e incominciavamo subito col porre briglie così pesanti alla sua stessa immagine? Non rischiavamo di ricadere in miti analoghi a quelli che volevamo combattere? O di trovarci coinvolti in quella condizione che un poeta ha detto «il cadaverico kitsch di massa»? O il dogma non risorgeva, e nel modo più inatteso, dalla sua condanna? E la «mostra» Nuova Atlantide doveva trasformarsi proprio in un Leviatano collettivista? Ponemmo a noi stessi rilievi di contraddizione; pericoli e difficoltà anche radicali si annunciavano, ed emergevano differenze tra di noi. Sorsero discussioni e tensioni; e l’amicizia fu meno pronta ad ammorbidirle. Ognuno era anche posto di fronte a se stesso. Come sempre quando mi trovo ad avere a che fare con assolutizzazioni e dogmi (nel caso poi pronunciati con particolare enfasi), a un certo punto, per quel che mi riguarda, anche allora... sospesi il giudizio. E poi fu il rifiuto netto. Fu allora che si generò ancora incerto l’embrione di quella sistematica di metodo, che più tardi maturerà come fenomenologia critica, impegno di razionalità nella crisi, e umanesimo disilluso? Qualche filo che si era sdipanato nei nostri discorsi si ritroverà (insieme alla attenzione continua per la vita della poesia e per il lavoro dei poeti) nel rilievo della dialettica tra «autonomia ed eteronomia dell’arte»? Non so. Infine, una mano discretissima e molto affettuosa ci liberò dalla preoccupazione più immediata, quella dei rapporti con un tipografo un poco agitato e sospettoso verso clienti tanto insoliti. La rivista cessò le pubblicazioni. L’Autorità ci conservò poi sempre il suo dispetto; ci fu disagio, ci fu angoscia, ci fu (anche) paura, ma noi vedevamo l’Autorità come una realtà lontana, piccola, grottesca, squallida tra orrori incipienti. In ogni caso, il sorriso che mi viene alla mente, che viene alla mente di me ormai vecchio, non è un sorriso solamente e avaramente ironico. La lettera ha superato tutte le misure consentite. Scusami, ora; e scusami anche di aver parlato poco di te, della tua pittura. Non faccio professione di critica d’arte; il discorso sul tuo lavoro richiederebbe una analisi lunga e minuta; e qui mi pare che sia stato opportuno rievocare; tempi passati con tutto il loro peso, le loro incertezze, le loro tensioni, ma anche nel rilievo ermeneutico che possono avere per il tuo lavoro. A questo punto, vorrei dire che, sempre nel catalogo della Mostra del 1979, Raffaele De Grada ha detto assai bene quel che si doveva dire su un percorso come il tuo ricco di frutti e, non senza variazioni tutte interne, lineare in una sua mossa continuità. De Grada ha segnato gli aspetti più autentici della tua presenza: i momenti di uno svolgimento molto sensibile alle sollecitazioni della realtà, ma anche tale da darsi in modi «rimasti» come «fissi dopo le prime esperienze e i primi successi»: il periodo che va con diversi movimenti da Orpheus a Camminare... fino a Corrente; poi il tempo della guerra; e infine il lungo periodo dal dopo guerra ad oggi fino ad un tuo modo di «chiudere l’anello dell’arte sociale con un’arte carica di significati ammonitori, di segnali inquietanti», nel «naufragio dei miti» e nel sentimento di una nuova imminente desolazione. Una vita che è un lavoro e un senso, e un lavoro e un senso che sono una vita. Mi fa piacere di aver ricordato, intanto, gli anni di ricerca comune. Qualcuno ha detto che «il tempo è roso dall’interno esattamente come un organismo, come tutto ciò che è intaccato dalla vita». Resto perplesso davanti all’espressione «intaccato dalla vita», come davanti alla espressione «esaltato della vita». A parte significati particolari in particolari contesti, le due espressioni suonano tutte e due un poco enfatiche. Mi pare di poter dire, invece, che noi parliamo di cose che si fanno presto macerie, ma che proprio in queste macerie ritroviamo i segni delle tracce dell’uomo, se queste tracce portano con sé un senso anche per coloro che diciamo con affetto e con amara solidarietà «gli altri». |