Testimonianza di Raffaele Carrieri, 1947

Ho conosciuto Ponti a Milano nel trenta. Quando in un giornale o rivista si parlava del problema dei giovani un nome frequente e ritornante era quello di Pino Ponti. Di bell'aspetto; riccioluto, versatile, aperto alla polemica ma con una gentilezza nativa. Era nato a Venezia e dispensava agli amici concertini sintattici ricavati dalla sua permanenza in rii e calli. Parlava di Venezia come se fosse dall'altra parte del mondo, nel vasto impero della Luna. Praticava più i letterati che i pittori e la sua stessa pittura aveva la tecnica spigliata e aggettivata del narratore. Ogni suo dipinto era un fatto narrato, un fatto con trama e personaggi. Ricordo un suonatore di trombone nell'interno di una catapecchia veneziana. Ricordo la «Buona Famiglia» e «Incidente stradale». Spesso i fatti descritti da Pino Ponti erano soltanto immaginari. Un'aria incantata circolava in questi dipinti, un'aria da notte di Befana. Gli omini in cappello duro indossavano marsine ottocentesche e le donne erano un po' folli come Ofelia. I paesaggi e gli interni avevano prospettive in sogno e l'ammobiliamento fraternizzava con i personaggi. Ponti in quel tempo aveva il chiodo di Goya. Un chiodo d'oro sempre presente. Preferiva il Goya dei cartoni per la fabbrica degli arazzi, il Goya delle scene madrilene, dei Tribunali e dell'Inquisizione, il più narrativo. E rivivendolo a modo suo lo replicava nello stile leggero e capriccioso della zarzuela. Nel 1932 Raffaello Giolli organizzò nella vecchia Galleria De Cristoforis, nei locali del Poligono, la prima personale di Ponti. Mi sovviene la personale come un romanzo di appendice: ogni dipinto di Ponti era un capitoletto di questo romanzo tra elegiaco avventuroso e poliziesco. Gli amici, poeti e letterati, ne fecero un gran parlare. I dipinti entrarono nella cronaca milanese e si confusero alla nostra vita come fatti e sogni accaduti a noi. Dopo il successo della personale al Poligono Ponti, di anno in anno, espose un po' dovunque, alle Sindacali e Quadriennali, a Venezia, a Roma, e spesso a Milano. A un certo momento si eclissò. Viveva in una specie di cupola alla estrema periferia di Milano con una sposa e un pianoforte a coda. Nei vari incontri con gli amici non parlava più di don Francisco Goya ma di Vivaldi, di Corelli, di Bach, di Mozart. Non mostrava più dipinti ma invitava ad ascoltar musica. Lo perdetti di vista. Dopo il quaranta Ponti mi invitò alla vernice della sua seconda o terza personale. Il suo gusto per gli interni e i personaggi era cambiato. Il paesaggio non era più quello di Venezia o di Milano, ma un fantomatico panorama invernale con fate e cavalli. Della laguna erano rimaste alcune streghe settecentesche, qualche astrologo infreddolito e le maschere. Lo spirito elegiaco aveva vinto. La narrazione era diventata epica e favoleggiante. L'atmosfera blanda e fumosa faceva pensare a certi fondali wagneriani. E lo stesso apparato e regìa corrispondevano a una identica effusione di motivi e luoghi lirici e melodrammatici. Ora Pino Ponti è tornato alla pittura e alla forma. É di questi giorni la sua ultima personale alla Galleria Bergamini. Più che un ritorno vero e proprio è un inizio, un principio che liquida il suo passato narrativo e lo avvicina a problemi di natura più ardua e strettamente legati allo stile. Anche qui la musa invernale di Ponti inventa scenari ma sono scenari senza cori e coristi. Nutriamo fiducia nel nostro vecchio amico e l'attendiamo a prove maggiori.

 
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