| MOSTRA DELLE TRE ARTI, 1934
a cura di Vincenzo Costantini Quando l'arte attinge alle sorgenti della vita istintiva del popolo ha sempre fortuna. Vi son però dei momenti, nella storia, in cui le manifestazioni artistiche si cristallizzano nelle sfere astratte e da questo velo metafisico scendono nella massa sociale. Questi due aspetti si potrebbero, per esempio, riconoscere: il primo nell'arte romanica e nei primitivi; il secondo nell'arte bizantina che infatti fu simbolica, teologia. Pino Ponti è vicino agli artisti «popolareschi» sia come modo di esprimersi, sia come finalità rappresentativa. Cerca cioè comunicare con un linguaggio genuino e cerca narrare poeticamente storie attinenti alla vita del popolo. Ora l'attualità artistica, certa che la spontanea vena popolaresca e persino barbara, è quella più vera, ha giocato sul trapezio stilistico nel gran circo equestre del «fauvisme» ed ha cercato realizzare i due termini storici: il primitivismo e l'astrattismo. Ma nell'uomo e nell'altro caso ha tradito il mandato artistico. Nel primo ha mascherato la vena votiva popolaresca, genuina ed infantile, mascherandola con complicati artifici stilistici culturali; nel secondo allucinandolo con truccature letterarie cerebrali. Così l'arte spontanea nata dal popolo e l'arte superiore al popolo elargita, si è tramutata in arte decadente che soddisfa la persona privata; l'artista, il mercante, il borghese. Pino Ponti conosce questi pericoli di salotti letterari. Nel suo simpaticissimo cantiere, ricco di forze potenziali e illuminato dai lampi dell'intuizione; nelle sue opere piccole o grandi si avverte la lotta impegnata contro il marciume stilistico, pittoricistico ed astrattistico. Le ultime sue tele, le più vaste, son soggette a due impegni oggettivi: quello del fatto narrato e quello della realizzazione professionale. Questo sacrificio è stato ricompensato con un migliore pronunciamento dei caratteri personali e con un'accresciuta poesia. |
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