Raffaello Giolli:

1932

Il «Poligono» è una rivista di studi, e appunto per questo ha un programma d'azione. Nè la difesa che s'è avviata, su queste nostre pagine, dei valori indipendenti, può esser condotta solo a parole. Servano, le mostre che qui e altrove s'ordineranno, di prova del fuoco: o, magari, di controprova. La generazione più giovane è sempre la più guardata, nella vita straniera. Da noi invece sembra che l'Arte debba essere ancora un fenomeno di grave Accademia. Pure, l'ultima generazione artistica italiana, giunta dopo le reazioni del Novecento, già s'afferma in una sua ardente coscienza, chiara e vibrata. Pino Ponti è, tra i giovani, uno dei più svolti. «II fulmine e la Centrale Elettrica» e i «Bagnanti» a Brera nel '27 sottolinearono subito la sua natura fantastica ed astratta. Poi il '29 e '30, furono per lui, invece, una ripresa di contatto con la carne viva: ritratti, figure, modelle, chiaroscuri. Ma il '31 lo liberò daccapo in quella sua fantasiosa natura, era espressa in una vitalità più seria, in una secchezza più penetrata, in un gusto più sottile. Conoscete i disegni di Ponti? La sua linea non inguaina una forma, non delinea un campo. É un ingorgo senza pace. Sembra che entri e penetri, a scoprir altri piani sottoposti, e non mai col gesto netto, divaricante del chirurgo, ma col brivido del rabdomante. Scende più dentro per un impeto fantastico. E questa «altra» atmosfera, questo incanto di sogno, questa nuova misura del mondo, questo ritmo evasivo sempre, anche s'egli dipinge due fanciulle sulla spiaggia, o un chirurgo all'operazione, lo rimbalza in un valore lirico.

 
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