| Raffaello Giolli:
1934 Pino Ponti non cede. Fra tanti ammorbidimenti del clima pubblico, neorealismo, neoclassicismo, neoumanesimo, antigotticismo, mediterraneità, che arrivano al solo risultato d'un compromesso borghese, Pino Ponti difende, ancora, con questa esposizione, il clima della rivoluzione. Dopo tanti impeti rischiosi e azzardi ciechi, molti sembrano voler ora cercare un superiore equilibrio, l'impossibile norme di un'arte obiettiva, come se la vita potesse fondarsi su altro che su la vita. Ma davanti ai quadri di Ponti, ecco che la gente è ancora costretta a pensare, come davanti ad un altro sforzo di riordino totale del mondo. Per questo mi piace questa pittura! perchè va alla radice. E questo mondo splende, qui, nel suo trionfo? Dal «Fulmine» e dai «Bagnanti» esposti a Brera nel '27, a oggi, già da un po' d'anni questo giovane s'è buttato all'avventura di quest'altro mondo. Qui i rapporti di linea e di forma, l'analisi disegnativa o la sintassi plastica, i rapporti di colore e di luce, di luce e d'ombra; qui i rapporti di pieno e di moto, di uomo e di spazio, della cosa e dell'eterno, non si ripetono in misure da altri già stabilite, nè sono quelli del mondo che ciascuno di noi, per sè, s'è conquistato. Se, entrato nel labirinto dell'ignoto, alla scoperta, all'avventura, Pino Ponti non vi offre già tutto il piano regolatore, e lui stesso magari qualche volta svolta credendo di trovare, e per trovar la luce deve prima andar al fondo di quel buio, non è questo che conta. Da anni seguo la sua pittura: e non l'ho mai visto voltar le spalle alla sua chiamata. Per lui la pittura è sempre stata il linguaggio della rivelazione: non è mai diventata una professione, una produzione di ritratti o di nature morte. Ma anche quando è solo la ricerca d'un linguaggio; anche quando egli sembra chiedere ai grandi fratelli dell'avventurosa rivoluzione europea dell'arte la parola ch'egli non trova; qualcosa ci vibra, che non è mai scherzo, che non è gioco. |